SANTA MARINELLA E LE SUE ANTICHE VILLE ROMANE-Conferenza

Parlerò dei miei studi relativi alle antiche ville romane del territorio di Santa Marinella (Roma):

“SANTA MARINELLA E LE SUE ANTICHE VILLE ROMANE”

QUANDO: 26 agosto

DOVE: Santa Marinella, Biblioteca Comunale Via Aurelia 310

ORE: 21.00

INGRESSO LIBERO

“Fin dalla fine del IV secolo a.C., il territorio dell’Arco del fiume Mignone è stato oggetto di un profondo cambiamento, che vedremo essere capillare. Un fenomeno che ha interessato un vasto comprensorio delineato a Nord dal corso del fiume Mignone e ad Est dai Monti della Tolfa, comprendente attualmente il territorio amministrativo del comune di Civitavecchia, in parte quello dei comuni di Allumiere, Tolfa, S. Marinella, Tarquinia. La romanizzazione del territorio si ha con uno stravolgimento del paesaggio “culturale” precedente, risalente alla fase d’Epoca Etrusca; uno stravolgimento che si attua con la realizzazione di opere di disboscamento, di terrazzamento, di drenaggio, di piantumazione di alberi, di messa a coltura di terreni incolti, di realizzazione di strade. Ancora attualmente se volgiamo lo sguardo a quella porzione del mondo italico ci renderemmo conto del dato incontrovertibile, visibile ad occhio nudo, di estese suddivisioni dei terreni, della cui funzione attualmente, nel mondo moderno si è perso completamente il ricordo; si tratta di un panorama fossilizzato che risale, nel suo impianto primitivo, ad epoca romana. Un panorama che, grazie ad una attenta lettura, ci svela l’imprescindibile connessione tra organizzazione produttiva e i paesaggi agrari”.

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serata organizzata dall’associazione ArcheoEtruria 

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LO SFRUTTAMENTO DELLE OLIVE IN ROMA ANTICA

Al mio insegnante prof.Feliciano Serrao

L’affermazione dello Stato Romano nel territorio ovvero il sistematico sfruttamento olivicolo

In tema di strutture economiche e giuridiche l’osservazione archeologica potrebbe dare, a mio modesto parere, idonei contributi, allorché si andassero a ricercare modalità relazionali tra fattorie e villae schiavistiche.

Mi riferisco, in particolare, all’area archeologica dei siti de “l’Arco del Mignone”, il “Minionis in arvis”di Virgilio. L’osservazione di questa realtà potrebbe dare un elevato contributo all’analisi delle fonti giuridiche soprattutto se si considera che essa è rimasta , per caratteristiche archeologiche , agronomiche e pedologiche, immutata nei secoli.

L’impressione che si può avere da questa realtà agraria e silvo-pastorale è che la sedimentazione dell’atteggiarsi della piccola-media fattoria, direttamente interconnessa spazialmente nei confronti della villa di tipo catoniano, nasconda una altrettanto sedimentato modus correlazionale costante nel tempo, una sorta di nucleo duro difficile a degenerare o modificarsi.

L’occupazione e sfruttamento sistematico ed esteso del territorio de quo è un fenomeno che ha le sue origini e si inquadra nel complesso di una precoce romanizzazione, quando, in contemporanea ad una massiccia e sistematica bonifica (realizzata già in parte fin dalle operazioni belliche stesse), vengono impiantate innumerevoli fattorie dalle caratteristiche si direbbe quasi di fortificazione, per lo più dotate di messa in opera a secco con grandi blocchi monolitici in pietra locale che fungono da “mura”perimetrali, come sono altrettanto monolitici le arae dei torcularia, inserite nella maggior parte dei casi riscontrati in perfetta armonia e in contemporanea con il resto della struttura architettonica fin dal periodo della penetrazione romana.

In queste aree, soprattutto il territorio considerato, subisce evidenti e potenti terrazzamenti, opere idrauliche, disboscamenti. Per bonifica intendo anche (oltre i disboscamenti) la realizzazione di canali artificiali anche per l’irrigazione (sempre con l’utilizzo di pietra locale). Fin dal loro impianto queste fattorie furono adibite, forse non di rado, allo sfruttamento di colture preesistenti etrusche, prevalentemente contrassegnate dalla produzione olearia. Indubbiamente la produzione olearia di queste fattorie molto dipese da colture olivicole preesistenti, d’origine etrusca che sono documentate sul piano botanico.

Non vi sono dubbi che la preesistenza degli olivastri che rappresentano l’inselvatichimento della coltura olivicola, siano considerati dall’agronomia romana ma anche dalla legge, al fine di un loro trattamento per raggiungere la produttività propria dell’olivo “domestico”.

Intorno al 111 d.C, un provvedimento emanato dall’imperatore Traiano andrà a regolare una forma mezzadrile prendendosi in considerazione i tempi per poter esigere la mercede al mezzadro che iniziava a coltivare terreni con la presenza di olivastri: solo dopo un lungo lasso di tempo gli olivastri o gli impianti ex novo di olivi, sarebbero potuti essere fruttiferi a sufficienza da permettere all’agricoltore di versare nelle mani del dominus una quota di quanto ricava e trasforma.

Nei fondi messi per la prima volta a coltura arborea olivicola, il contadino è esentato dall’Imperatore affinché non corrisponda la pars quota in prodotti per dieci olivationes consecutive se la cultura è impiantata ex novo. Quando vi siano olivastri preesistenti da innestare, l’esenzione vale per cinque olivationes. I tempi che corrispondono verosimilmente a 14-15 anni per 5 olivationes, 20 anni per 10 olivationes.

E olivastri inselvatichiti, d’origine antropica, si trovano ancora oggi nel nostro territorio.

Ma ritornando alla nascita delle fattorie, è impossibile considerarle villae in senso catoniano, ma sono i prodromi della villa schiavistica, sono piuttosto proto-villae, ovvero strutture che hanno già nel loro D.N.A. i principi ideologici a base del “De Agri Coltura” di Catone. La loro costruzione, in questa porzione di ager, fin dagli inizi del III secolo a.C, comporta inevitabilmente una prima fase di stabilizzazione di una conquista che sarebbe stata effimera se non vi fossero stati continue e strenue difese del suolo privato e dell’ ager publicus. Le colture, legate a quest’ultimo, come il pascolo nel sottobosco del maiale, dovettero fin dall’inizio rappresentare una voce non da poco nell’alimentazione del colono.

Gli aspetti del controllo e del dominio sul territorio, sono una costante del mondo romano anche per il periodo imperiale, dove sono celebri le lotte tra aratori e pastori, scaturenti dal fatto che non di rado quest’ultimi si trovavano ad essere privati di tratturi per la transumanza per la nascita di nuovi poderi.

ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO E OLIO DI OLIVA

L’archeologia del paesaggio si interessa della relazione che intercorre tra gli esseri umani e la terra, nell’antichità.

È uno studio che, per necessità, è eclettico, multidisciplinare, che abbraccia una serie di tecniche, alcune specificatamente archeologiche, ed altre prese a prestito o derivate dalla geografia fisica ed umana, e dalle scienze naturali: fotografia aerea/da satellite, indagini topografiche, geomorfologia e ricostruzione del paesaggio, scavo archeologico, analisi dei dati provenienti dallo scavo e analisi dei dati biologici quali ossa animali, resti di piante e relitti di piante ancora in situ.

 

In questo modo fare archeologia del paesaggio può fornire informazioni fondamentali sull’agricoltura del mondo antico etrusco e romano e sui rapporti intercorrenti tra i cambiamenti dei sistemi di coltivazione e l’emergere del sistema politico etrusco e poi di quello Romano.

I dati paleo-economici (ossa animali, resti vegetali e relitti ancora esistenti di piante antiche) hanno il vantaggio, rispetto a molte altre categorie di dati archeologici, di essere presenti sempre, senza dover far ricorso a scavi di indagine archeologica.

L’organizzazione agricola fornisce una pietra di paragone, con la quale misurare le variazioni dei sistemi socioeconomici nell’ambito della documentazione archeologica.

Studiare l’interazione tra le soluzioni locali ed il più vasto reticolato dei limiti sociali ed economici che le hanno strutturate.

Per quanto attiene alla coltivazione dell’olivo e della vite da parte degli Etruschi, l’evidenza archeobotanica coincide con l’evidenza dei documenti e dei manufatti: vasi per olio profumato furono fabbricati verso la fine del VII secolo a.C.; la tradizione storica situa inoltre l’inizio della coltivazione dell’olivo e della vite intorno a Roma in questa epoca.

Per tradizione si afferma che la coltivazione dell’olivo e della vite sarebbe stata introdotta presso gli Etruschi dai Greci, ma questa spiegazione è semplicistica. Olivo e vite erano quasi certamente piante indigene in Italia come in Grecia, ma la scala temporale della loro coltivazione fu notevolmente differente.

La coltivazione dell’olivo e della vite cominciò ad essere praticata in Italia su scala sistematica solo con l’emergenza del sistema statale etrusco, tra il IX e il VII secolo a.C., quindi più tardi rispetto Grecia e Spagna in cui è attestata questa pratica colturale mista già dal III millennio a.C.

Benché la scala temporale fosse completamente differente, la policoltura sistematica, che implicava l’olivo e la vite, coincise in ogni caso con enormi trasformazioni della società, ed in particolare con il momento in cui i sistemi agricoli riuscirono a superare lo stadio della sola autosufficienza e sussistenza, e quando la società si trasformò.

In Etruria, come ovunque, i nuovi raccolti sostennero popolazioni più numerose, e portarono ad un uso più intensivo del paesaggio; ma essi divennero importanti nell’ambito di una trasformazione culturale diffusa, e nell’ambito dello sviluppo di una élite, che rese il loro sfruttamento realizzabile, necessario e auspicabile.

In Grecia, per esempio, l’evidenza delle tavolette in lineare B indica che la nascita del sistema palaziale probabilmente corrispose ad una caduta nella qualità della dieta per la maggior parte degli agricoltori egei, contrassegnata dalla diminuzione della carne e dell’aumento del pane e dell’olio.

L’archeologia dell’agricoltura etrusca e romana ci racconta quindi che l’intensificarsi dell’agricoltura, insieme con la prima coltivazione sistematica dell’olivo e della vite, e con la trasformazione dei sistemi di allevamento, fu una componente critica della formazione e del mantenimento delle città stato etrusche.

L’archeologia del paesaggio è efficace e importante per studiare l’ordinario ed il quotidiano, l’archeologia delle persone.

 

Bibliografia

Graeme Barker, Archeologia del paesaggio, 17-32, in Alimentazione nel mondo antico, ed. Poligrafico Zecca dello Stato.

OLIO DI OLIVA E RICOGNIZIONI ARCHEOLOGICHE

Lo studio sull’olio di oliva nell’antichità si basa anche (e soprattutto) su indagini e ricognizioni di superficie e osservazione del paesaggio circostante.

Perché il paesaggio è:
la manifestazione sensibile e percepita in senso estetico del sistema di relazioni che si determina nell’ambiente biofisico e antropico e che caratterizza il rapporto delle società umane e dei singoli individui con l’ambiente e con il territorio, con i siti e i luoghi, in cui si sono sviluppati, abitano e operano” (Vittoria Calzolari, Prima Conferenza Nazionale per il Paesaggio).
Il paesaggio deve quindi considerarsi la testimonianza visibile di quanto l’uomo, nel corso dei secoli, aveva apportato al mondo circostante con le sue colture, con le sue attività produttive.
Il paesaggio è la testimonianza delle modifiche sostanziali all’ambiente naturale non solo ai fini agricoli; anche quelle macchie e quei boschi che conservano in apparenza una copertura vegetale spontanea sono in realtà il risultato diretto o indiretto della pressione umana sul territorio.