L’OLIVO

L’OLIVO: TESORO DEL BACINO DEL MEDITERRANEO 

All’albero dell’olivo e al suo liquido sono stati attribuiti fin dall’antichità grandi messaggi simbolici e profetici. Pianta sacra da tempo immemore, l’olivo è il protagonista di numerose leggende mitologiche che gli attribuiscono un’origine divina.

Secondo il mito greco l’olivo era consacrato ad Atena e sotto una pianta di olivo nacquero Apollo e Artemide. In Grecia nei giochi olimpici la testa dei vincitori era cinta con i rami dell’albero di olivo.

L’olio di oliva aveva alimentato i lumi dei templi e gli Etruschi già nel VII secolo a.C. ne possedevano vastissime piantagioni, conoscendo bene il valore di questo prezioso oro verde.

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VALORE SACRO

Dall’Asia Minore, all’Etruria fino a Roma il valore sacro dell’olivo assunse diversi significati e allegorie. Troviamo menzione dell’olio e dell’olivo anche nei primi capitoli della Bibbia, quando il nascente cristianesimo si appropriò di tutte le immagini positive legate alla pianta, condensandole in uno dei primi simboli dell nuova religione:

La Bibbia testimonia la coltivazione dell’olivo nelle terre della Palestina. Nel libro della Genesi, Noè riceve da una colomba un ramo d’olivo a dimostrare la fine del diluvio; nell’Esodo, il Signore ordina a Mosè di procurarsi “olio puro d’olive schiacciate per il candelabro”, per tenere sempre accesa una lampada; e nel Levitico si offrono “focaccine azzime di fior di farina impastata con olio”. La terra promessa, nel Deuteronomio, è “paese di olivi, di olio e di miele …”. Con l’olio di oliva si cosparge il Messia-Khristòs, l’Unto del Signore e nel Vangelo secondo Marco gli apostoli “scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano”

(da G.Barbera, Tuttifrutti. Viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei, fra scienza e letteratura, Milano 2007, p. 150)

UN DONO DI DIO

Un dono di Dio, perché sulla tomba di Adamo (nel monte Tavor) nacque la pianta dell’olivo, il cui seme proveniva dal paradiso terrestre: quindi simbolo di pace, fecondità e benedizione divina, ma anche simbolo della giustizia e della sapienza.

Nella religione cristiana la pianta dell’olivo ricopre, infatti, molte simbologie, se ne parla nell’Antico Testamento quando calmatosi il diluvio universale, una colomba portò a Noè un ramoscello di olivo per annunciargli che la terra e il cielo si erano riconciliati alla pace e alla felicità nel regno del Signore.

NEI VANGELI

Ma la simbologia dell’olivo si ritrova anche nei Vangeli quando Gesù fu ricevuto calorosamente dalla folla che agitava foglie di palma e ramoscelli d’olivo al suo ingresso in Gerusalemme e trascorse in preghiera gli ultimi giorni terreni nell’uliveto dei Getsemani, letteralmente”il luogo del frantoio”.

L’OLIO DI OLIVA E’ IL CRISMA

L’olio di oliva è il Crisma, dal greco khrisma, unzione, usato in tutti i sacramenti della liturgia, esso era ed è un elemento fondamentale in quasi tutti i misteri sacerdotali, dal battesimo all’ordinazione, dove è usato materialmente per le unzioni.

Lo Spirito Santo di cui l’olio è simbolo, è accordato pienamente a Gesù per unzione: “Bisogna ricordare che la parola ebraica che significa “unto” va dato per trascrizione a Messia, e che la trascrizione greca è Cristo”

da J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Milano 1986, p. 152

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LE SUE FRONDE

Le sue fronde simboleggiano da millenni la pace, l’onore e la vittoria: sono rami d’olivo quelli che vengono benedetti e portati nelle case la domenica delle palme e l’anno successivo bruciati e le loro ceneri sparse sulla testa dei fedeli che iniziano la quaresima, il mercoledì delle ceneri.

Fra i molti racconti che hanno accompagnato questa pianta nei secoli c’è anche una leggenda che racconta di come l’albero dell’olivo, un tempo dritto e robusto, volle distorcersi per non venire usato dal falegname che doveva costruire la croce, su cui Gesù Cristo sarebbe stato inchiodato per il supplizio.

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L’ALIMENTAZIONE ANTICA DEGLI ETRUSCHI

LO STUDIO DELL’ALIMENTAZIONE ANTICA ETRUSCA

Lo studio dell’alimentazione antica non è una semplice curiosità antiquaria ma è un elemento importante di una storia e di una comprensione globale di un popolo.

Lo studio dell’alimentazione degli Etruschi è agli inizi e le fonti disponibili sono poche e spesso isolate, quindi non forniscono dati omogenei e coerenti.

Questo rende necessario integrare le scarse notizie e le poche analisi disponibili con i dati relativi alle zone di città vicine come Roma, il Lazo dei Latini e l’area di Falisci.

L’UOMO E’ CIO’ CHE MANGIA

“L’uomo è ciò che mangia” è un frase che contiene profonde verità, soprattutto se considerata da una prospettiva storico-archeologica sulle popolazioni antiche pre-industriali.

L’alimentazione degli antichi infatti ci racconta in maniera diretta e immediata non solo gli stili di vita e la struttura della società, ma si collega strettamente alla vita produttiva, alle vicende dell’agricoltura.

Le città antiche erano infatti, per la maggior parte collegate alle campagne, cioè alla terra; città di proprietari di terre e di agricoltori, in cui sia l’alimentazione quotidiana permettevano ad alcuni un regime alimentare particolarmente lussuoso ed abbondante.

LE FONTI LETTERARIO SULL’ALIMENTAZIONE ETRUSCA

Le notizie delle fonti letterarie sull’alimentazione etrusca sono molto scarse perché non è giunto fino a noi (o forse non è proprio mai esistito) un autore come Apicio.

I Sarsena furono un padre e un figlio che scrissero un manuale de agricultura nel I secolo a.C.. Il loro è un cognome etrusco; ma essi appartengono ad una tradizione agricola più tarda e sviluppata e poi soprattutto i loro campi non erano in Etruria ma nell’Italia settentrionale. Del loro manuale possediamo delle parti grazie alle citazioni degli autori latini (Varrone, De re rustica, I, 2, 22; Plinio, N.H., XVII, 199).

Il manuale dei Sarsena è un manuale che rientra in pieno nella tradizione agronomica romana, però usarlo per l’Etruria arcaica e preromana sarebbe anacronistico.

COSA DICONO GLI AUTORI GRECI E LATINI?

Per quello che riguarda le fonti letterarie ci restano quindi le scarse notizie degli autori greci e le citazioni degli autori latini che parlano di prodotti alimentari e dell’agricoltura. C’è da dire però che i Greci restarono molto colpiti dal lusso dei nobili etruschi e per questo parlando e scrivendo di loro portarono all’eccesso il cliché dell’etrusco molle, raffinato e (soprattutto) sovralimentato.

Così scrive Posidonio di Apamea, filosofo stoico vissuto tra il 135 e il 51/50 a.C.:

“presso gli Etruschi però due volte al giorno si apparecchiano mense sontuose, e tappeti variopinti e coppe argentee di ogni specie, ed è presente una folla di belli schiavi, adorni di vesti sontuose”.

 

Bibliografia

Carmine Ampolo, “Per uno studio dell’alimentazione dell’Etruria e di Roma arcaica”, in L’Alimentazione nel mondo antico, Roma 1987

OLIO DI OLIVA BENE DI LUSSO

Dopo una prima fase in cui i contenitori di olio deposti nelle tombe principesche del Lazio e dell’Etruria risultano essere in massima parte di importazione, nel corso del terzo quarto del VII secolo a.C. inizia una produzione locale di questi vasi, destinata nel tempo ad intensificarsi: si tratta non solo di contenitori di essenze odorose a base di olio, ma anche di recipienti destinati a contenere olio alimentare.

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E’ il momento in cui l’olio e il vino da beni preziosi di marca esotica, inclusi nel commercio di beni di lusso, diventano in Etruria prodotti di largo uso come attestano appunto i loro contenitori che diventano frequentissimi nei corredi tombali in età alto e medio-arcaica: particolarmente diffusi sono i piccoli balsamari in bucchero e in ceramica figulina, che imitano gli aryballoy e gli alabastra corinzi di importazione.

fonte articolo

LA RACCOLTA DELLE OLIVE NELL’ANTICHITA’

Le olive venivano raccolte, a seconda dell’uso cui erano destinate, in periodi diversi:

ancora acerbe (olive albae o acerbae)

non del tutto mature (olive variae o fuscae)

mature (olive nigrae).

Si raccomandava di staccarle dal ramo con le mani ad una ad una; quelle che non si potevano cogliere salendo sugli alberi, venivano fatte cadere servendosi di lunghi bastoni flessibili (in greco ractriai), sempre ponendo la massima attenzione a non danneggiarle. Alcuni aiutanti raccoglievano e riunivano le olive battute che, solitamente venivano macinate il più presto possibile.

 

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In Italia la presenza di noccioli di oliva in contesti archeologici è documentata fino al Mesolitico.

Secondo recenti studi c’è qualche perplessità sulle teorie che sostengono che l’olivo sia stato introdotto in Italia dai primi coloni greci; pur senza dimenticare che dal greco derivano sia la parola olivo (elaìa), sia il termine etrusco amurca che, nella sua forma greca amòrghe, indica quel liquido amaro ottenuto dalla prima spremitura delle olive, che veniva scartato ed utilizzato come concime, nella concia delle pelli e nell’essiccazione del legno.

Il vero problema, dunque, non è stabilire a quando risalga la presenza dei primi olivi in Italia, dato che certamente si trattava di piante che esistevano da molto tempo, almeno in forme selvatiche, quanto piuttosto definire il periodo in cui è cominciata la loro coltivazione in età storica, momento importante che segna l’inizio dello sfruttamento razionale delle campagne, tipico della civiltà urbana.

Le evidenze linguistiche, letterarie ed archeologiche permettono di affermare che già tra l’VIII e il VII secolo a.C. non solo la coltivazione dell’olivo era praticata, ma esistevano colture organizzate che, grazie al clima mediterraneo, ben presto permisero la formazione di un surplus destinato agli scambi.

Per quanto riguarda l’età storica esistono anche evidenze paleobotaniche: sono da ricordare il relitto della nave del Giglio, del 600 a.C. circa, con le sue anfore etrusche piene di olive conservate e la cosiddetta “Tomba delle Olive” di Cerveteri, databile al 575-550 a.C., contenente, oltre ad un servizio di vasi bronzei per il banchetto, anche una sorta di caldaia piena di noccioli di olive.

fonte articolo

OLIO DI OLIVA NELL’ANTICHITA’

L’olivo coltivato deriva dall’olivo selvatico (detto anche oleastro) che cresce isolato o in forma boschiva, e dai cui minuscoli frutti si estrae l’olio.

I Greci conoscevano diverse varietà di olivi selvatici cui davano nomi diversi, agrielaìa, kòtinos, phulìa; i Romani invece, le riunivano tutte sotto la denominazione oleaster, che è poi quella passata nel vocabolario botanico moderno.

Il luogo di origine dell’olivo ad oggi viene considerata l’Asia Minore e l’olivo era conosciuto da popoli semitici come gli Armeni e gli Egiziani.

Anche nei libri dell’Antico Testamento l’olivo e l’olio di oliva sono spesso nominati: basti pensare che la colomba dell’arca porta a Noè un ramo d’olivo colto sul monte Ararat, montagna dell’Armenia.

La trasformazione dell’oleaster in olivo domestico pare sia avvenuta in Siria. Molto presto l’uso di coltivare l’olivo passò dall’Asia minore alle isole dell’arcipelago, e quindi in Grecia: lo Schlieman riferisce di aver raccolto noccioli d’oliva sia negli scavi del palazzo di Tirino sia in quelli delle case e delle tombe di Micene e, nell’Odissea, troviamo scritto che Ulisse aveva intagliato il suo letto nuziale in un enorme tronco di olivo.

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IN GRECIA

In Grecia erano presenti molti e fiorenti oliveti e in particolare ne era ricca l’Attica, soprattutto la pianura vicino ad Atene. Non a caso l’olivo era la pianta sacra alla dea Atena ed era stata proprio lei che, in gara con Posidone per il possesso dell’Attica, aveva vinto facendo nascere l’ulivo dalla sua asta vibrata nel terreno. In suo onore si celebravano le feste dette Panatenee, durante le quali gli atleti vincitori delle gare ricevevano anfore contenenti olio pregiato.

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L’olio attico era considerato tra i migliori; ma si apprezzavano molto anche gli olii di Sicione, dell’Eubea, di Samo, di Cirene, di Cipro e di alcune regioni della Focile.

 

ITALIA

In Magna Grecia le regioni in cui più diffusa era la produzione dell’olio di oliva erano Sibari e Taranto; nell’Italia centrale il territorio di Venafro, quindi la Sabina e il Piceno, mentre nell’Italia del nord erano famose le coste della Liguria.

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L’olio di Oliva era usato in cucina, ma anche dopo i bagni, nei giochi, nei ginnasi e nei funerali.

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