ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO E OLIO DI OLIVA

L’archeologia del paesaggio si interessa della relazione che intercorre tra gli esseri umani e la terra, nell’antichità.

È uno studio che, per necessità, è eclettico, multidisciplinare, che abbraccia una serie di tecniche, alcune specificatamente archeologiche, ed altre prese a prestito o derivate dalla geografia fisica ed umana, e dalle scienze naturali: fotografia aerea/da satellite, indagini topografiche, geomorfologia e ricostruzione del paesaggio, scavo archeologico, analisi dei dati provenienti dallo scavo e analisi dei dati biologici quali ossa animali, resti di piante e relitti di piante ancora in situ.

 

In questo modo fare archeologia del paesaggio può fornire informazioni fondamentali sull’agricoltura del mondo antico etrusco e romano e sui rapporti intercorrenti tra i cambiamenti dei sistemi di coltivazione e l’emergere del sistema politico etrusco e poi di quello Romano.

I dati paleo-economici (ossa animali, resti vegetali e relitti ancora esistenti di piante antiche) hanno il vantaggio, rispetto a molte altre categorie di dati archeologici, di essere presenti sempre, senza dover far ricorso a scavi di indagine archeologica.

L’organizzazione agricola fornisce una pietra di paragone, con la quale misurare le variazioni dei sistemi socioeconomici nell’ambito della documentazione archeologica.

Studiare l’interazione tra le soluzioni locali ed il più vasto reticolato dei limiti sociali ed economici che le hanno strutturate.

Per quanto attiene alla coltivazione dell’olivo e della vite da parte degli Etruschi, l’evidenza archeobotanica coincide con l’evidenza dei documenti e dei manufatti: vasi per olio profumato furono fabbricati verso la fine del VII secolo a.C.; la tradizione storica situa inoltre l’inizio della coltivazione dell’olivo e della vite intorno a Roma in questa epoca.

Per tradizione si afferma che la coltivazione dell’olivo e della vite sarebbe stata introdotta presso gli Etruschi dai Greci, ma questa spiegazione è semplicistica. Olivo e vite erano quasi certamente piante indigene in Italia come in Grecia, ma la scala temporale della loro coltivazione fu notevolmente differente.

La coltivazione dell’olivo e della vite cominciò ad essere praticata in Italia su scala sistematica solo con l’emergenza del sistema statale etrusco, tra il IX e il VII secolo a.C., quindi più tardi rispetto Grecia e Spagna in cui è attestata questa pratica colturale mista già dal III millennio a.C.

Benché la scala temporale fosse completamente differente, la policoltura sistematica, che implicava l’olivo e la vite, coincise in ogni caso con enormi trasformazioni della società, ed in particolare con il momento in cui i sistemi agricoli riuscirono a superare lo stadio della sola autosufficienza e sussistenza, e quando la società si trasformò.

In Etruria, come ovunque, i nuovi raccolti sostennero popolazioni più numerose, e portarono ad un uso più intensivo del paesaggio; ma essi divennero importanti nell’ambito di una trasformazione culturale diffusa, e nell’ambito dello sviluppo di una élite, che rese il loro sfruttamento realizzabile, necessario e auspicabile.

In Grecia, per esempio, l’evidenza delle tavolette in lineare B indica che la nascita del sistema palaziale probabilmente corrispose ad una caduta nella qualità della dieta per la maggior parte degli agricoltori egei, contrassegnata dalla diminuzione della carne e dell’aumento del pane e dell’olio.

L’archeologia dell’agricoltura etrusca e romana ci racconta quindi che l’intensificarsi dell’agricoltura, insieme con la prima coltivazione sistematica dell’olivo e della vite, e con la trasformazione dei sistemi di allevamento, fu una componente critica della formazione e del mantenimento delle città stato etrusche.

L’archeologia del paesaggio è efficace e importante per studiare l’ordinario ed il quotidiano, l’archeologia delle persone.

 

Bibliografia

Graeme Barker, Archeologia del paesaggio, 17-32, in Alimentazione nel mondo antico, ed. Poligrafico Zecca dello Stato.

OLIO DI OLIVA E RICOGNIZIONI ARCHEOLOGICHE

Lo studio sull’olio di oliva nell’antichità si basa anche (e soprattutto) su indagini e ricognizioni di superficie e osservazione del paesaggio circostante.

Perché il paesaggio è:
la manifestazione sensibile e percepita in senso estetico del sistema di relazioni che si determina nell’ambiente biofisico e antropico e che caratterizza il rapporto delle società umane e dei singoli individui con l’ambiente e con il territorio, con i siti e i luoghi, in cui si sono sviluppati, abitano e operano” (Vittoria Calzolari, Prima Conferenza Nazionale per il Paesaggio).
Il paesaggio deve quindi considerarsi la testimonianza visibile di quanto l’uomo, nel corso dei secoli, aveva apportato al mondo circostante con le sue colture, con le sue attività produttive.
Il paesaggio è la testimonianza delle modifiche sostanziali all’ambiente naturale non solo ai fini agricoli; anche quelle macchie e quei boschi che conservano in apparenza una copertura vegetale spontanea sono in realtà il risultato diretto o indiretto della pressione umana sul territorio.

BASE IN PIETRA PER TORCHIO OLEARIO

Le arae sono funzionali al torchio oleario.
Le olive venivano “frante” sotto le mole, con il trapetum; si realizzava così una polpa, che veniva inserita in appositi involucri di vimini, detti “fisci”.
Tali involucri con il loro contenuto erano sottoposti a un pressione presso il torchio. Il tutto era sottoposto a una irrogazione con acqua tiepida. Si ha quindi la commistione di olio che si unisce con acqua, e si ha l’emulsione, che fuoriusciva mentre si pressava.

Ciò che ne derivava permetteva al liquido leggero di depositarsi in una vaschetta appositamente preparata in alto, mentre l’acqua più pesante,
cadeva in basso.

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Per questo tali arae sono state spesso rinvenute impiantate nel piano di calpestio della stanza relativa, in un pavimento ad opus spicatum .

L’aspetto straordinario, che non ha un raffronto nel mondo antico, è che molte arae di torchio del territorio dell’Arco del Mignone sono ancora infisse attualmente nell’odierno terreno di calpestio (come si vede nella foto).
La pietra per tali torchi veniva estratta dalla pietra locale, che spesso si trovava sul posto, e quindi risparmiava costosi trasporti. Ciò è quanto consiglia Catone più di un secolo e mezzo dopo. Tale pietra di base prende varie denominazioni in italiano; si tratta della pietra detta “pietra palombina (o in gergo palombino)”, del “travertino”, della “scaglia”. Ciò perché, nella zona, la pietra “viva” era questa. Si trova molto spesso una pietra ricavata nella “pietra palombina”, una roccia costituita da un calcare marnoso di colore biancastro o azzurrognolo, che è più diffusa nel territorio considerato, e quindi estratta sul posto medesimo dove poi sarebbe sorta la “villa“.