LO SFRUTTAMENTO DELLE OLIVE IN ROMA ANTICA

Al mio insegnante prof.Feliciano Serrao

L’affermazione dello Stato Romano nel territorio ovvero il sistematico sfruttamento olivicolo

In tema di strutture economiche e giuridiche l’osservazione archeologica potrebbe dare, a mio modesto parere, idonei contributi, allorché si andassero a ricercare modalità relazionali tra fattorie e villae schiavistiche.

Mi riferisco, in particolare, all’area archeologica dei siti de “l’Arco del Mignone”, il “Minionis in arvis”di Virgilio. L’osservazione di questa realtà potrebbe dare un elevato contributo all’analisi delle fonti giuridiche soprattutto se si considera che essa è rimasta , per caratteristiche archeologiche , agronomiche e pedologiche, immutata nei secoli.

L’impressione che si può avere da questa realtà agraria e silvo-pastorale è che la sedimentazione dell’atteggiarsi della piccola-media fattoria, direttamente interconnessa spazialmente nei confronti della villa di tipo catoniano, nasconda una altrettanto sedimentato modus correlazionale costante nel tempo, una sorta di nucleo duro difficile a degenerare o modificarsi.

L’occupazione e sfruttamento sistematico ed esteso del territorio de quo è un fenomeno che ha le sue origini e si inquadra nel complesso di una precoce romanizzazione, quando, in contemporanea ad una massiccia e sistematica bonifica (realizzata già in parte fin dalle operazioni belliche stesse), vengono impiantate innumerevoli fattorie dalle caratteristiche si direbbe quasi di fortificazione, per lo più dotate di messa in opera a secco con grandi blocchi monolitici in pietra locale che fungono da “mura”perimetrali, come sono altrettanto monolitici le arae dei torcularia, inserite nella maggior parte dei casi riscontrati in perfetta armonia e in contemporanea con il resto della struttura architettonica fin dal periodo della penetrazione romana.

In queste aree, soprattutto il territorio considerato, subisce evidenti e potenti terrazzamenti, opere idrauliche, disboscamenti. Per bonifica intendo anche (oltre i disboscamenti) la realizzazione di canali artificiali anche per l’irrigazione (sempre con l’utilizzo di pietra locale). Fin dal loro impianto queste fattorie furono adibite, forse non di rado, allo sfruttamento di colture preesistenti etrusche, prevalentemente contrassegnate dalla produzione olearia. Indubbiamente la produzione olearia di queste fattorie molto dipese da colture olivicole preesistenti, d’origine etrusca che sono documentate sul piano botanico.

Non vi sono dubbi che la preesistenza degli olivastri che rappresentano l’inselvatichimento della coltura olivicola, siano considerati dall’agronomia romana ma anche dalla legge, al fine di un loro trattamento per raggiungere la produttività propria dell’olivo “domestico”.

Intorno al 111 d.C, un provvedimento emanato dall’imperatore Traiano andrà a regolare una forma mezzadrile prendendosi in considerazione i tempi per poter esigere la mercede al mezzadro che iniziava a coltivare terreni con la presenza di olivastri: solo dopo un lungo lasso di tempo gli olivastri o gli impianti ex novo di olivi, sarebbero potuti essere fruttiferi a sufficienza da permettere all’agricoltore di versare nelle mani del dominus una quota di quanto ricava e trasforma.

Nei fondi messi per la prima volta a coltura arborea olivicola, il contadino è esentato dall’Imperatore affinché non corrisponda la pars quota in prodotti per dieci olivationes consecutive se la cultura è impiantata ex novo. Quando vi siano olivastri preesistenti da innestare, l’esenzione vale per cinque olivationes. I tempi che corrispondono verosimilmente a 14-15 anni per 5 olivationes, 20 anni per 10 olivationes.

E olivastri inselvatichiti, d’origine antropica, si trovano ancora oggi nel nostro territorio.

Ma ritornando alla nascita delle fattorie, è impossibile considerarle villae in senso catoniano, ma sono i prodromi della villa schiavistica, sono piuttosto proto-villae, ovvero strutture che hanno già nel loro D.N.A. i principi ideologici a base del “De Agri Coltura” di Catone. La loro costruzione, in questa porzione di ager, fin dagli inizi del III secolo a.C, comporta inevitabilmente una prima fase di stabilizzazione di una conquista che sarebbe stata effimera se non vi fossero stati continue e strenue difese del suolo privato e dell’ ager publicus. Le colture, legate a quest’ultimo, come il pascolo nel sottobosco del maiale, dovettero fin dall’inizio rappresentare una voce non da poco nell’alimentazione del colono.

Gli aspetti del controllo e del dominio sul territorio, sono una costante del mondo romano anche per il periodo imperiale, dove sono celebri le lotte tra aratori e pastori, scaturenti dal fatto che non di rado quest’ultimi si trovavano ad essere privati di tratturi per la transumanza per la nascita di nuovi poderi.

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